Museo dell’agricoltura e del mondo rurale

Museo dell’agricoltura e del mondo rurale
Località: San Martino in Rio
Provincia: Reggio Emilia

La mezzadria su questi terreni ha riguardato, dal Medioevo alla prima metà del Novecento, fino all’80% del territorio considerato e, con le sue caratteristiche contrattuali, ha forgiato la vita contadina di questi luoghi, descritta sapientemente nello splendido museo di San Martino in Rio.

La mezzadria - nome derivante dal latino e che significa “colui che divide a metà” - è un contratto agrario con il quale il proprietario terriero e il contadino mezzadro si dividono i prodotti e gli utili del podere. La direzione dell’azienda spetta però al proprietario, che in questo modo limita il mezzadro nelle scelte colturali.

Il contratto di mezzadria rappresentava un vincolo forte per il mezzadro e la sua famiglia e nel tempo si dimostrò un freno all’innovazione agricola di questi territori. Il proprietario, infatti, percepiva dalla mezzadria una congrua rendita e spesso non aveva interesse ad apportare migliorie al fondo. In questo modo il contadino mezzadro era costretto a supplire alla mancanza d’innovazione e di meccanizzazione con manodopera familiare: per questo le famiglie dei mezzadri erano così numerose.

Il museo è molto ampio e articolato: si trova nelle sale a pianoterra e nei sotterranei della bellissima Rocca Estense di San Martino in Rio ed è stato inaugurato nel 1994, dopo lunghi lavori di restauro degli ambienti e utilizzando parte degli oggetti della mostra temporanea allestita qui nel 1968. Descrive sapientemente la vita contadina ed artigiana della pianura reggiana, fino all’inizio del XX secolo, prima della meccanizzazione agricola.

La prima delle dodici sezioni è intitolata “Spazio Tempo Narrazione”. Non a caso il primo oggetto che si incontra è un vecchio trattore agricolo, un Superpadano del 1960 costruito proprio a San Martino in Rio, come a dire che da qui in poi tutto ciò che si vedrà è avvenuto prima della costruzione di questa macchina.
In questa sezione sono esposti elementi simbolici e di valore intuitivo che identificano il rapporto fra uomo, tempo, spazio e oggetto: una raccolta di orologi da torre, una lapide in pietra del 1600 con incise le unità di misura proveniente dalla piazza di San Martino in Rio e tante altre curiosità.

Le prime stanze del museo sono arricchite da alcuni grandi dipinti, raffiguranti scene di vita contadina, dei pittori reggiani Anselmo Govi e Giannino Tamagnini.
C’è anche una corba, contenitore usato per il trasporto dell’erba, spesso impiegato per ricovero di chiocce e pulcini nell’aia e, al bisogno, come box per neonati. Oltre agli strumenti per la produzione e la raccolta - zappe, vanghe, frangizolle, aratri, erpici, piantatoi, falci, forche e rastrelli - nella seconda sala è collocato un bellissimo carro di legno. Sotto di esso sono raffigurate le “maledizioni”, figure mitologiche usate per scacciare la sventura come, ad esempio, il gallo che becca la testa del serpente.

Qui è esposto anche un aratro dell’età del bronzo proveniente da Prato di Correggio: è il più antico ritrovato in Italia.Nella sezione dedicata alle lavorazioni delle fibre vegetali è rappresentata quella delle “trecce” di truciolo di salice o, in alternativa ma di qualità più scadente, di pioppo. Negli anni si sviluppò un fiorente commercio di trecce con Carpi, dove crescevano le aziende che confezionavano borse e cappelli.

Un’altra attività definita marginale al lavoro nei campi, ma importante per arrotondare i miseri salari dei braccianti, era quella delle scope di saggina (in dialetto melga). La concessione di terreno ad un bracciante da parte del mezzadro era solitamente accettata dal padrone, che però pretendeva in cambio un certo numero di scope. Nelle cantine del castello è allestita una nicchia su “Uomo e simbologia”; qui sono rappresentati i momenti principali della vita: nascita, matrimonio, morte.
Tra abiti da cerimonia e altri oggetti, spicca un nastro rosso che spesso veniva custodito tra le vesti dei neonati per scacciare le malattie esantematiche.

La sala dedicata alla produzione del vino e al suo consumo è particolarmente ricca di fascino. Alcune immagini fotografiche in bianco e nero appese alle pareti e i tavoli apparecchiati con bicchieri e carte da gioco ricordano che il posto per eccellenza dedicato alla vita sociale degli uomini e allo scambio di informazioni era l’osteria.

Attraverso un tunnel con il soffitto a volta si accede alla sala intitolata “L’esperienza del saper fare”, dedicata ad alcune espressioni artigianali del territorio come il lavoro del falegname, del bottaio, del sarto e del calzolaio. L’ultima sala del percorso museale è riservata alla figura del padrone. Il suo allestimento è stato possibile grazie alle donazioni della famiglia Bertani. Raffaele Bertani, proprietario innovatore dei primi anni del XX secolo, contribuì allo sviluppo agricolo locale con tecniche razionali e l’uso di differenti contratti, come i salari fissi o saltuari e l’affitto.


Orari di apertura
Sabato 9-12.30.
Domenica 10-12.30 e 15-18.30 (estivo 15.30-19).
Lunedì-venerdì 9-12.30 previo appuntamento.

Tariffe
Ingresso 2 euro, ridotto 1 euro.

www.museodellagricolturaedelmondorurale.it
Telefono: 0522 636 726
Fax: 0522 695 986